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EDUCARE A ESSERE
Giuseppe Mari

Intendo contestualizzare questo intervento nell’ambito del confronto con il “disagio” da cui anche la scuola, come l’intera società civile e le diverse istituzioni educative, è interpellata1. Non possiamo nasconderci l’entità del problema e la sfida da esso portata alle realtà educative dal momento che, se educare significa – tra le altre cose – “iniziare allavita”, il disagio costituisce una drammatica smentita del conseguimento del fine dell’educazione. La tesi soggiacente alla mia comunicazione si può concentrare in tre affermazioni: 1) il disagio costituisce un sintomo di “fatica di vivere” a cui – pedagogicamente – siamo chiamati a rispondere promuovendo una “educazione a essere” orientata ad alimentare la crescita globale della persona; 2)rispetto a questa finalità, l’impostazione culturale illuminista-positivista (di cui è – in misura significativa – erede la civiltà occidentale contemporanea) soffre un intrinseco limite “intellettualista” che il disagio appalesa in forma drammatica; 3) la scuola cattolica – in quanto espressione di cultura cristiana – costituisce un fermento educativo idoneo ad avvalorare una concezione integrale dellapersona umana che sa coniugare l’indispensabile competenza “strumentale” con la necessaria (anzi: prioritaria) maturità umana. 1. A partire da una suggestione evangelica Se dovessi ricondurre il problema che intendo toccare ad un riferimento scritturale, mi verrebbe spontaneo richiamare l’ammonizione
Ovviamente la bibliografia in proposito è estesa. Per focalizzare la prospettiva pedagogica dallaquale mi pongo, cfr. G. VICO, Disadattamento, Brescia, La Scuola, 1979 e Handicap, diversità, scuola, ivi, 1994. Con l’espressione “disagio” intendo connotare la condizione di “fatica” che non pochi adolescenti e giovani manifestano nel “diventare adulti”, insidiata dal rischio “devianza” che si fa concreto quando sono posti in essere comportamenti che infrangono le regole civili dellaconvivenza. Nella prospettiva di Vico, a cui mi rifaccio, la “fatica di vivere” è assunta anzitutto come una “sfida educativa” la quale richiede, nel contesto culturale frammentato in cui viviamo (cfr. L’educazione frammentata, ivi, 1993), il riconoscimento di fini capaci di ricondurre a unità responsabile – l’identità matura – le dinamiche evolutive (cfr. I fini dell’educazione, ivi, 1995).
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cheCristo rivolge ai discepoli e alla folla: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se perde la propria anima?” (Mc 8,36). Si potrebbe oggi parafrasare: che giova all’uomo piegare la forza della natura2, se non è capace di dominare se stesso? che giova all’uomo espugnare i segreti della natura3, se non è capace di conoscere se stesso? E’ il problema che sin dall’inizio agita l’educazioneoccidentale se prestiamo ascolto a quanto Jaeger dice di Socrate ovvero che concepiva l’armonia dell’essere umano (l’eudaimonia) – esito dell’educazione – “nell’attuato dominio di se stesso, conforme alla legge che [l’uomo] trova, ricercandola, nella propria anima”4. Il problema del disagio può essere accostato da molteplici visuali, ma è riconoscibile anche come il problema di un “deficitd’essere”, tanto più sorprendente se si considera il ricco corredo “strumentale” di cui è oggi normalmente dotato il soggetto in formazione. Sia chiaro: le dimensioni dell’“essere” e del “fare” non vanno contrapposte dal momento che, entrambe, appartengono all’umanità di ciascuno nella sua intima conformazione. E’ questa la prospettiva da cui mi pongo, volta ad evitare ogni dissociazione (che ha graviconseguenze nell’equilibrio psicologico5), contemporaneamente protesa a favorire l’armonica composizione in cui il “fare” sia ordinato all’”essere”. Dietro alla “fatica di vivere” è riconoscibile la fatica di raccogliere la sfida del quotidiano, della ferialità: la fatica di scuotersi di dosso la polvere della noia che – come si legge nelle pagine iniziali del Diario di un curato di campagna – si...
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