Italiano burocratico

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Commento: Il commento di Italo Calvino (pubblicato sul “Giorno” del 3-2-1965, all’interno del dibattito sul cosiddetto “italiano tecnologico” la cui nascita era stata annunciata, con enfasi un po’ dilettantistica, da Pasolini) fu poi raccolto nel libro di Calvino stesso Una pietra sopra, Einaudi 1980, 122-4, e ristampato quasi per intero da Mengaldo, Il Novecento, Il Mulino 1994, 277-80 (e primada Adriano Colombo, Letteratura e potere, Zanichelli, 140 e ss.). Getta acqua sul fuoco dell’entusiasmo di Pasolini, insistendo piuttosto sulla morte dell’italiano comunicativo sotto i colpi della burocrazia (e della politica, e di certo giornalismo), preoccupati da un lato del “bello scrivere”, della retorica, e dall’altro dell’eccesso di realismo che si avrebbe se le cose fossero chiamate colnome comune impiegato dalla gente. Calvino esagera, perché la lingua italiana non è governata solo dalla burocrazia; oltre tutto, negli ultimi anni la stessa burocrazia, gli enti pubblici, anche per obbedire a certe leggi di “semplificazione” si sono dati da fare per chiarire il proprio linguaggio (si confrontino ad esempio le bollette di acqua, luce, gas, o le istruzioni per la denuncia deiredditi attuali con quelle di dieci anni fa). Ma rimangono sacche di arretratezza, come vedremo particolarmente analizzando i due verbali ‘veri’, che presentano punti di coincidenza coi difetti denunciati da Calvino, la cui ‘finzione’ letteraria è costruita sulla sistematica traduzione in italiano aulico, ad opera del brigadiere, della deposizione del testimone (in italiano corrente con qualche venaturaromanesca, “senza un parola di troppo”). Invece il testo trascritto risulterà contenere molte più “parole”, di troppo in quanto prive di significato. Notare anzitutto il passaggio dalla 1^ persona del parlante alla 3^ (da “io” a “il sottoscritto”, cioè, burocraticamente, colui che qui sotto scrive la sua firma). La deposizione consiste in tre frasi separate da punti fermi, che al loro internocontengono al massimo una subordinata di primo grado. Non ne sapevo niente che: modo parlato di prolessi, anticipazione della dipendente con “pleonasmo” della particella pronominale proclitica ne. Bottiglieria: parola oggi disusata (è più raffinato, più chic dire oggi enoteca, e l’ibrido ancor peggiore vinoteca!); chiaro derivato dal francesismo bottiglia col tipico suffisso dei nomi di negozio(macelleria, drogheria ecc.), dove l’infisso er anziché ar (macellarìa, come si direbbe per esempio in tutto il Nord e il Sud Italia) è di origine fiorentina (come nei futuri: canterò invece di cantarò). Calvino: “il brigadiere batte”, ellissi popolare (battere a macchina), cui corrisponderebbe il tecnico e burocratico dattiloscrivere (cioè ‘scrivere con le dita’). Nella trascrizione (quasi 10 righecontro le 4 della testimonianza orale!) al notevole allargamento formale non corrisponde un aumento di informazione. Si noti anche il passaggio dalla paratassi all’ipotassi, spesso ottenuta con l’impiego del gerundio (“essendosi recato…”). In cantina > nei locali dello scantinato, col sostantivo burocratico locale, privo di significato proprio; scantinato, voce del 1922, che ‘allunga’ di cantinamediante prefisso e suffisso, propriamente ‘parte dell’edificio sotto il livello del terreno’. Accendere la stufa > eseguire l’avviamento dell’impianto termico. Ad ogni parola del testimone ne corrispondono due del verbale; eseguire è tipico verbo scolastico che le maestre raccomandavano in luogo di fare. Impianto termico è tipico burocratismo per generalizzare (cioè comprendere più tipi di ‘stufe’;come generi alimentari comprende in un solo insieme i vari tipi di cose mangerecce; e, più sotto nel nostro testo, prodotti vinicoli è più generico di fiaschi di vino, perché comprenderebbe, ad es., bottiglie, damigiane ecc.; combustibile più generico di carbone; articoli è ancora più generico perché può ‘etichettare’ qualunque cosa, in questo caso i fiaschi, anzi, i “prodotti vinicoli”; come...
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